storia minuscola per GENTE MAIUSCOLA
di Michele Testa
Costituisce la prima parte del "Diario" che poi continua attraverso altri 20 fascicoli.
storia minuscola per GENTE MAIUSCOLA
di Michele Testa
Costituisce la prima parte del "Diario" che poi continua attraverso altri 20 fascicoli.
CAPITOLO I
Dove si testimonia di lealtà, coraggio, onestà ed altre cose in "à".
Nel 1914 mi trovavo Capostazione ferroviario in Ciociaria e delegato della mia categoria - per il Compartimento di Roma - al famoso ed effimero "parlamentino".
L'Ispettore della linea ebbe la geniale ispirazione d'imporci un orario per il quale il cosidetto “funzionario" che s'era sciroppato un servizio notturno di dodici ore (per sette notti consecutive!) -doveva, poi - dalle 12 alle 14 dare il cambio, per la refezione, al "funzionario di giorno".
Se anche non fosse stata chiara la bestialità della disposizione - per altro debitamente approvata e confermata dalla "Superiorità"-, c'era un regolamento sugli orari di servizio che la vietava. E, però, apriti cielo! tutti i miei colleghi della linea, a strillare com'aquile spennate, affinchè il Delegato della categoria protestasse energicamente.
Ricordo che, tra i più furibondi, eccellevano un Capostazione presso Roma, grande, grosso, barbuto e insomma imponente come un guardaportone di Casa reale, e un altro di Ciociaria, tartaglione come don Anselmo: l'uno più spasimante dell'altro per la carriera.
Detto fatto verso mezzogiorno protestai telegraficamente, e verso mezzanotte, con l'ultima corrispondenza dei treni, mi veniva revocato quel modesto trasloco per Tivoli che, dopo molte istanze, mi era stato concesso per una più agevole educazione dei figli.
E qui apriamo la parentesi del
CAPITOLO II
Sulla nichilistica mentalità burocratica del Bel Paese.
I delegati, fra i quali si eleggevano i Rappresentanti delle varie Categorie dei ferrovieri e, quindi, il parlamentino, era formato (come sempre vediamo in simili consessi rudimentali) di nove decimi di maneggioni (meneurs) della folla, e di qualche semplicione -poveraccio! -che consacrava tutto il suo cuore al bene dei modesti colleghi lavoratori ch'egli credeva di dovere onestamente rappresentare.
Il parlamentino, poi, era stato forgiato (com'è il solito delle Leggi della Nazione più inutilmente legiferatrice dell'orbe terraqueo) per tacitare, alla meglio, il malcontento generale dei ferrovieri, soddisfacendo, sottomano, alcune ambizioni e molte vanità.
Nessuna disciplina, quindi, di discussioni; nessuna coscienza della propria responsabilità; nessun legame fra opera rappresentati va, patti di lavoro e perfezioni di servizio, neppure sotto forma di quell"arbitrato obbligatorio" invocato da tutti i cittadini amanti della Patria, della dignità e della pace sociale, primi fra tutti i Socialisti degni di tal nome.
Inoltre, dato il disagio finanziario in cui versavano tutte le categorie dei Ferrovieri, la parte dirigente della loro burocrazia, non vedeva di malocchio le agitazioni di classe (che, indubbiamente, arrecavano vantaggi a tutti) pur simulando un austero e, talvolta, anche romano spirito di rigorosa repressione.
Era naturale, quindi, che il tentativo di sciopero del 1914 trovasse, diciamo così, per eufemismo, impreparati i dirigenti delle Ferrovie italiane. E se in quel famoso comizio tenuto a S.Martino ai Monti da tutto il personale viaggiante di Roma, non vi fosse stato prima qualcuno (come il Conduttore Casetti) che si battè molto coraggiosamente contro gli scioperaiuoli, e stava per venir sopraffatto (non soltanto dalla violenza verbale); poi qualcun altro spiegò come i movimentisti (superfluo dire degli altri Impiegati) non potessero aderire alla sciopero per tre ragioni: primo perchè - Socialisti o no - escludevano dalle armi di rivendicazione, lo sciopero in qualunque servizio pubblico; secondo perchè pur appartenendo alla classe impiegatizia, legata a quel solo mestiere e, quindi, nella impossibilità, se licenziati, di crearsi un nuovo avvenire, se anche per amore o terrore di demagogia avesse concessa la propria adesione allo sciopero, non avrebbe poi potuto -per la contraddizione che non consente -mantenere la propria parola, infine perchè bisognava credere nelle promesse, anzi nelle offerte di miglioramenti fatte dal Governo allo scopo di calmare le i.pazienze di tanti onesti benemeriti lavoratori (e purtroppo -occorre aggiungere.) allo scopo di non mantenerle: se, dico, non vi fossero state queste mosche bianche, lo sciopero sarebbe bellamente passato con l'approvazione della massa beota; e non si sarebbe visto neppure l'ameno spettacolo offerto (s'è risaputo dopo) dal rappresentante del terribile Sindacato Ferrovieri -Applicato Capannari -con capelli e pizzo e metà statura alla Ferri -che, fiutati gli odori, il giorno appresso si tenne prudentemente in saccoccia, l'ordine di sciopero pervenutogli per mezzo di automobili partite da Milano, capitale morale e immorale d'Italia.
Così che questo mancato sciopero non poteva conciliare le simpatie dei Dirigenti l'Amministrazione ferroviaria (tutto maiuscolo!) al semplicione rappresentante dei movimentisti.
"Inde irae" anzi "rancore" e cniudiamo la parentesi.
CAPITOLO III
Dove continua il fattaccio della gratitudine.
Avevo "fatto la notte" e, senza rifocillarmi nè di cibo, nè di sonno, corsi a Roma. La mia buona sorte volle che all'ufficio del personale (da cui dipendono i trasferimenti) vi fosse un Ispettore beneducato e colto -rara avis -nelle amministrazioni pubbliche, ma in quella ferroviaria, poi, -"avis rarissimae", -il Cav. Calogiuri -(la brava gente è bene nominarla) il quale mi accolse, si capisce, alquanto burberamente, ma poi, alle mie prime risposte, capì tutto e mi parlò presso a poco così:
-"Veda, Lei, è un ingenuo (gli ingenui non hanno età) e si piglia, donchischiottescamente, a proteggere i deboli, e l'onore offeso, andando poi, a gambe all'aria contro i mulini a vento della nostra amministrazione. E codesti deboli -ma furbi -egregio Delegato del Personale, sentono così l'onore comune, e l'umana dignità, che proprio ora due Suoi sono usciti di qui, assicurando che il nuovo orario è l'orario ideale d'ogni buon movimentista, e che soltanto Lei pecca di sobillazione".
Me ne tornai a casa (100 Km. di ferrovia) anche per dormire e riprendere il mio servizio notturno, avendo così saputo che i miei due leali e probi colleghi erano proprio quello barbone e l'altro della balbuzie.
Senonchè il Calogiurt, da quel galantuomo che era, esaudì il mio desiderio di una residenza economica, presso centri scolastici, convenienti a lo studio dei miei figliuoli, e mi trasferì alla Stazione di Cervara di Roma, a sei chilometri dalla Capitale.
CAPITOLO IV
Alla Cervara.
Perchè si chiamasse Cervara, e poi di Roma, non si capiva bene. C'era, è vero, nei dintorni una "Tenuta di Cervara", ma nessun'ombra di cervi o d'altri corniferi animali, mancando persino la popolazione bipede.
Una bella plaga della Campagna romana, però, e quantunque già in parte bonificata con estesi lavori idraulici, ancora -come ho detto -disabitata, solitaria e tranquilla.
Vi trovai due di quei cosidetti pionieri della civiltà: un medico e, alquanto lontano, tenuta "Boccaleone", un maestro elementare.
La Maestrina del posto (o quasi, perchè era in tenuta “rustica") abitava a Roma, e faceva scuola, fra un treno e l'altro, a cinquanta o sessanta mocciosi d'ambo i sessi, che non le lasciavano neppure il fiato per parlare con noi.
C'era pure, poco discosto, un Parroco, toscano; ma fra lui e il medico ateo, che aveva sposato in Ugheria una divorziata, e il Maestro che veniva dai Seminari -acceso di tanto amore per la propria bella moglie, quanto di astio contro la scolastica di S. Tommaso, non correva buon sangue.
Così il nostro triunvirato -fra una chiacchiera e l'altra– convenne che bisognava chiedere ai Duchi Salviati od ai Principi Lancellotti, tremila metriquadri di terreno per fabbricarvi su le nostre tre casette bianche, finestre verdi (proprio come è scritto nei racconti educativi) per la non molto lontana, malinconica vecchiaia di pensionati.
Ma nè i Duchi, nè i Principi ci degnarono di una risposta. Dio mio! Tre che portavano -è vero- la parola della scienza e, la fiaccola della vita in terre malariche, per colmare quella soluzione di continuità che vi era, e -purtroppo!- v'è ancora fra l'Urbe e il resto del mondo; ma che osavano sottrarre cinquanta per sessanta metri di pascolo alla pecora cristiana, ed alla beata rocca, al solo scopo di crearsi un tranquillo asilo ad un ben meritato riposo, era un fatto inaudito anche in tempi di cessato feudalesimo!
CAPITOLO V
La Guerra - Le Leggi.
E venne la Guerra. E, con la guerra, che quei tre oscuri pionieri della civiltà combatterono, nel loro ancor più oscuro posto di sacrifizio -Cervara di Roma- raddoppiando di attività, incoraggiando sorreggendo, economizzando per tutti, prodigandosi in mille maniere, vennero i primi provvedimenti legislativi per fortificare e riorganizzare la Nazione.
C'era infatti (come nelle fiabe) una Legge che deferiva tutto il bonificamento dell'Agro Romano, esclusivamente ai proprietari ed ai contadini, mediante sussidi, premi, mutui di favore da incoraggiare anche il patriarca Shylock.
Senonchè i proprietari erano tutti Principi e Duchi e Conti e MarchesI che avevano ereditato da Papi e Cardinali usurpatori, e non conoscevano le loro proprietà che a traverso la comoda amministrazione del loro Avvocato e dal loro Geometra (da padre in figlio) per affitti maliziosi con "Mercanti di campagna"; mentre i contadini, son tuttora e sempre contadini -servi come ai tempi di Mosè -con utili scarpe grosse, ma inutilissimo cervello sottile, foderato d'ignoranza e di miseria.
E la Legge veniva timidamente sfruttata soltanto da qualche nuovo proprietario più avveduto -ne ricordo uno, anzi, una, la Marchesa Pini -Luce, alla Magliana- per zone limitatissime dell'Agro Romano. Il quale, così non avrebbe mai risolto il suo secolare problema di verde, malarico deserto.
Dunque, nel 1919, un Ministro abruzzese -Ricci- estese questa Legge fiabesca ai "non agricoltori"; e, da quel momento, cominciò la bonificazione dell’Agro Romano.
CAPITOLO VI
Intermezzo politico.
L'anno 1919 fu pure contrassegnato dalla invettiva di Ettore Ciccotti: "Scimmie urlatrici!" che mai ve n'è stata una, al mondo, di più opportuna ed appropriata.
Il Parlamento, infatti, era diventato una foresta vergine del Nuovo Mondo; dove la vegetazione, l'ombra, il sole, le belve, le bestie innocue, e i macachi trovavano la loro patria per generazione, convivenza e connivenza spontanea.
Chi può meravigliarsi che nel 1920 scoppiasse il famoso sciopero generale? -e trionfasse?-
Di tutto si è voluto rovesciare la colpa su Nitti, perchè occorreva un capro espiatorio per gli eventi del dopo; ma la storia narrerà ben diversamente.
In primo luogo coloro che poi sono diventati arche di ordine e colonne di disciplina, furono proprio allora i peggiori sobillatori delle masse dell'ora prima.
In secondo luogo il Ministro De Vito che riconosceva giuste le rivendicazioni dei Ferrovieri, ne rimandava lo accoglimento con accentuata tinta di calende greche, senza per nulla premunirsi e prepararsi a fronteggiare la situazione.
In terzo luogo il temperamento nazionale italiano e fatto proprio di mezzucci, i mezzi termini, i giuochi di destrezza, le machiavellerie d'ogni genere, purchè riesca a fottere il prossimo.
La parola, il punto d'onore, la dignità non esiste in nessuna classe sociale; e Giusti può parlare di rimorsi gialli, come Murat può essere sputato in faccia, Mazzini giustiziato in effigie, Battisti bastonato nel figlio, Matteotti sgozzato, e Turati, per sua fortuna, soltanto fugato.
Le nostre ragioni antiscioperaiuole erano le stesse del 1914 e furono esposte e testardamente seguite nel 1920. Ma le ragioni dei dirigenti delle Ferrovie, di cui parlammo in un precedente capitolo, non potevamo neanche ora mutare. Epoi che -d'altra parte -le condizioni dei Ferrovieri erano state sempre miserrime lo sciopero trionfò su tutte le linee. Insomma per la sintesi morale della favola basta rievocare un minuscolo episodio.
A sciopero finito, nella mia stazioncina dell'Agro Romano, di buon mattino, in piena nebbia, trovandomi con un mozzicone di sigaretta in bocca, a ricevere e dar la partenza ad un treno per Tivoli, ne vidi discendere un Ispettore -certo Albiz o Albizzi che fosse - fiorentino se non erro, e colto, anzi più che non comportasse l'ambiente "tabula rasa" ferroviario, e sentirmi apostrofare cosi:
-"Lei, Capo, sa bene che dinanzi ai treni non si fuma. Capisco che qui, nella campagna romana, in questo semibuio umido malarico, una sigaretta possa essere un soccorso alla salute, però il regolamento è regolamento. "
-"Giustissimo regolamento, signor Ispettore, e ancor più giusta la sua chiosa. Ma….. “
-“Dica pure, dica pure ……..”
"Ma Lei, come del resto tutti g1i altri Ispettori, e Capi Sezione e Capi Divisione e Capiservizio e Direttori - ben vede la pagliuzza dell'indisciplina d'una timida voluta di fumo, ma non bada al trave de i nastri e coccarde e "pompons" rossi che gli scioperanti (dopo il loro trionfo) ostentano sulla "onorata divisa "di Ferroviere."
Albizzi ammutolì. E poi volle passare con me tutto il giorno a chiacchierare di archeologia romana e di storia alquanto universale.
CAPITOLO VII
Tornando a bomba - Le istituzioni.
Per effetto di quella Legge" dunque" che veniva una volta tanto miracolosamente osservata (in un paese legiferatore per eccellenza- è vero -ma pure evasore senza misericordia!)" la bonifica dell'Agro Romano" in tre soli anni -dal 1919 al 1922 -fece passi giganteschi, checchè abbiano voluto dare ad intendere le curiose fatiche tipografiche del Ministero dell'Economia prima e del ripristinato Ministero dell'Agricoltura e delle Foreste poi.
Chi scrive queste noterelle riuscì -con molte difficoltà –a trovare il minimo di dieci soci occorrenti alla fondazione d'una "Cooperativa Tor Sapienza per la colonizzazione dell'Agro Romano" e "ripetiamo, sotto la minaccia della Legge Ricci" con molta minore difficoltà riuscì pure ad ottenere dieci ettari di terreno incolto, dai Principi Lancellotti. I quali" anzi" incitarono a richiederne altrettanti ai loro cugini Duchi Salviati. Si raggiunsero così" circa trentacinque ettari" fra gli anni 1920 e successivo.
Il 17 gennaio 1.922 il Ministero d'Agricoltura concedeva il mutuo da favore di lire 800 mila, all'interesse del due e mezzo per cento ammortizzabile in quarantacinque anni (naturalmente al 3,72 per cento per la costruzione di 25 villette rurali del valore almeno di un milione e 200 mila lire.
Vedemmo subito come "il terreno che originariamente valeva quaranta centesimi" salisse in pochi anni" a venti e trenta lire il metroquadrato, e come l'entità dei fabbricati, da un milione e un quarto s'avviasse" in breve" ai tre milioni di lire.
Resti, intanto, fissato che un anno dopo - maggio del 1923- non le sole 25 casette del mutuo; ma centinaia d'altre -certo in gran parte più modeste -perchè venute su dall'oculato piccolo risparmio; e qualcuna ben più fastosa in grazia dell'attrattiva del luogo e dell'opera -facevano bella mostra di sè in quella plaga dove pochi mesi prima, regnava il cardo e la pecora, nonchè l'avido mercante di campagna.
E poi che c'era stato nel 1921 il battesimo della Bandiera del sodalizio, in quel maggio 1923 vi fu quello della Borgata, con l'eclettico intervento del Governo, del Comune e della Chiesa, fra l'entusiasmo ed i rallegramenti generali.
Cambiammo persino il nome alla località -da Cervara in Tor Sapienza -in omaggio al medioevale maniero che la sovrasta.
Così tutto pareva arridere ad un'opera di vita e di bellezza agreste, che nessuno avrebbe mai pensato potesse essere bruttata e quasi distrutta dalla vergognosa cupidigia di cattivi figli, resi, impensatamente forti dalla malafede, dalle insidie e dalle faziosità della politica.
Discorso per l'inaugurazione della Borgata di Tor Sapienza -20.5.1923
Poche parole per porgere, sovratutto, il nostro devoto saluto a gli Eccellentissimi Signori che si sono benignati di presenziare a questa lieta Sagra campestre; la quale dall'agreste fragranza delle antiche Feeste Palibie, trae le segrete speranze dell'eterna Roma che ritorna.
Perchè ritorna anche la più alta ascestica Magistratura dei tempi eroici dei Re e della Repubblica -nuovi Fratelli Arvali: il primo cittadino di Roma -rappresentato dall'Assessore per l'Agro Romano, prof. Crisostomi-Marini; il primo Vicario della Cattolicità rappresentato da Sua Eminenza Mons. Palica; gli alti Funzionari del Governo, per l'Agricoltura: i quali - tutti riconoscono come problema unico, inscindibile quello dell'Urbe e del suo Agro.
In realtà, colui che, soltanto qualche anno addietro, abbia visitato questa contrada, allora presso che deserta, stupirà, ora, della trasformazione in così breve tempo compiuta.
E se pensa che questo minuscolo organismo -ch'è la nostra Cooperativa -seguendo l'esempio del Ministero d'Agricoltura, il quale -con gli esigui mezzi su cui può contare -seppe essere uno dei più efficaci (e silenziosi) stromenti della resistenza in guerra e della vittoria,. come ora è il più valido (ed oltremodo silenzioso) artefice della pace ricostruttrice -la nostra Cooperativa, dico, fatta breccia in due latifondi vicini -dimostrati i suoi onesti propositi ai Ministri di Agricoltura, al loro impareggiabile Direttore Generale per l'Agro Romano -prof.Rocco -ed ai loro preziosi collaboratori quì presenti -ottenne subito (17 gennaio dell'anno scorso) un modesto mutuo di lire 800 mila, per sovvenzionare la costruzione di 25 fabbricati del costo complessivo di l milione e 200 mila lire; e che essa, invece, ne costruisce ben 35, di cui alcuni anche sontuosi, del valore di due milioni e mezzo! che ospiteranno oltre 50 famiglie; e, nel contempo, lo stesso Ministero va già integrando questa piccola-grande iniziativa con la formazione di 29 lotti poderali di terreno, che già, con le loro case coloniche e padronali, fanno corona alla conca di Cervara, capaci anch'essi di qualche centinaio di famiglie -la cooperativa "Campi ed Orti famigliari" -padrona della vicina tenuta "La Rustica" si accinge, a sua volta, a fabbricare ed appoderare; e, infine, "L'Agricola Romana" muove i primi passi dal lato di "Tre Teste": se a tutto ciò, dunque, pensa il vecchio-nuovo visitatore, la sua meraviglia è pienamente giustificata.
Ora, se la benevolenza del Governo continuerà ad assisterci; se il primo Cittadino dell'Urbe ci aiuta; se, per la parte di sua competenza e del suo alto Magistero, l'Autorità Religiosa concorrerà con il suo patrocinio; se, con un piano regolatore unico, di questi incolti e disorganizzati latifondi, noi riusciremo a costituire un'immensa sequela di piccoli e grossi poderi, per ortaggi, frutta, vigne, biade e prati intensivi che colleghi i vari centri di colonizzazione -città Giardino, Settecamini, Tor Sapienza, Centocelle, Acilia, La Storta ecc. -noi in cinque anni - con piccoli mutui di favore e co' risparmi dei Cooperatori d'ogni ceto -avremo veramente risolto il problema di redenzione di tutto l'Agro Romano, preconizzato dai grandi figli della Patria: -Garibaldi, Crispi, Baccelli -noi veramente daremo quella corona di verde, e quella copia di frumenti e di latte, e di frutti, di cui l'Agro Romano fu capace, quando persino i Dittatori ne facevano il loro riposante e pingue rifugio.
E, poi che poca magnificenza, ormai si può aggiungere al cuore dell'Urbe, la nostra grandiosa opera esterna, saprà eternare il vaticinio di Orazio: "" Che il sole non possa mai illuminare cosa più grande di Roma."
Grazie, dunque, dal profondo del cuore, a tutti gl'interventi ed auguri per le nuove fortune di Roma e d'Italia.
Michele Testa
CAPITOLO VIII
Gli uomini o……………. quasi.
Già prima della Cooperativa avevo cominciato a subire gli attacchi dei roditori. Un Chiacchierone proveniente dalle file repubblicane di Roma, capace di sproloquiare -senza capo nè coda –con paroloni roboanti spropositati e fuori luogo, per ore intere sopra il primo grillo che gli capitasse in una qualsiasi adunanza,. ma avido pure come un ebreo della Repubblica Galilea, mi aveva fatto proposte di acquistare (insieme a due altri finanziatori) per il nostro privato interesse le terre e specularvi a solo nostro uso e consumo,e poi -essendo Consigliere -aveva chiesto di rappresentar lui, da solo (mentre io, quale Presidente, a ciò autorizzato, avevo chiesto l'assistenza sua e del Cassiere nelle trattative di acquisto e il loro personale intervento nella stipulazione dell'istromento) come "plenipotenziario" rappresentante la Cooperativa Tor Sapienza.
Cinque costruttori accorsi alla gara per 'la costruzione delle case, mi offrirono, con tutta segretezza, ciascuno per proprio conto, alte percentuali o gratuitamente un villino se avessi indotto la Cooperativa a vincolarsi ad un unico (naturalmente gravoso) contratto, ma due, almeno di costoro -il Rossetti e il Mancini -hanno spontaneamente, e alquanto meravigliati, dichiarato che io a tali proposte avevo fermamente risposto: -"Con quello che volete dare a me, ribassate i prezzi per tutti. Io ho dei figli ai quali debbo lasciare un nome onorato". E potrei continuare nella documentazione.
In seguito, due “sfegatati popolari" delle Ferrovie che dalla presenza del loro Partito nei principali dicasteri, traevano speranze e la ragione di sinistra attività nella vita sociale, accreditarono, da gesuiti e falsi quali erano, tutto il loro fumo alla nostra piccola società, nata invano per essere una buona grande famiglia.
Alle costole di questi versipelle, non mancarono di accostarsi un paio di parassiti ignoranti sì ma senza scrupoli, i quali ormai avevano nella Cooperativa subodorato l'affare che, da soli, non avrebbero mai mosso un dito, per paura di essere smascherati e messi a posto, con maggiore facilità.
Purtuttavia, di fronte alla limpida, altruistica, entusiastica amministrazione della Cooperativa, ogni attacco riuscì vano.
Meglio ancora: stante la meravigliosa riuscita della Borgata, e posto che col Governo subentrato -fascista -il nostro sodalizio e la nostra iniziativa non poteva che avere le relazioni di "date a Cesare" con quel che segue, tanto più che il Consiglio -come tale - era ecclettico in materia politica, o agnostico (come volete) non trovammo nessuna difficoltà ad ottenere l'esproprio di altri centosessanta ettari di terreno dei Principi Lancellotti e novanta dei Duchi Salviati, per l'ampliamento della Borgata e l'appoderamento del resto: un'opera che sarebbe rimasta modello, in Italia e forse all'estero, allo stesso Belgio maestro del genere.
Disgraziatamente quello che i Trublioni (o mefistofelico Anatole France che fosti commemorato in un Parlamento di Trublioni, quando ti santificheranno?) non erano riusciti neppure a tentare in Francia, riuscì invece, con l'aiuto negativo del Governo, e positivo del Sovrano -comodamente -in Italia, con tutte le conseguenze di siffatti sommovimenti.
Nel Nord e nel Centro, quindi, rappresaglie feroci di vecchi rancori personali, di odi politici e non politici, di gelosie e di contrasti d'interessi, di avidità da caimani e degli istinti belluini ridestati dalla guerra,. nel sud -nell'Italia cioè senza partiti politici il nuovo sanfedismo che portava l'improvvisa fortuna al primo vile procacciante che si presentasse alla ribalta della cos idetta "Rivoluzione"!.-Roma, ad esempio (e i suoi dintorni) regno incontrastato degli spaghetti alla "matriciana" e del vino de "li Castelli"- dove il fervore politico restava -per il suo stesso substrato cosmopolita sempre terra terra, anche quando il libero cittadino votava per il più terribile e più simpatico "rivoluzionario" dell'ora: io non ho potuto mai capire perchè, poi, si dovesse diventare una succursale di Parma o Massa-Carrara o di Romagna! Ma così è.
A Tor Sapienza, in questo piccolo nido dell'Agro Romano che dal medioevo barbarico non aveva visto contese politiche fu possibile ammirare un Commendatore Semianalfabeta trapiantato qui da uno Staterello indipendente) rimasto straniero per la guerra, e italianissimo per profittarne durante e dopo, in modo scandaloso, allearsi ad uno dei due "popolari" anzidetti e alzare la "'bandiera della Patria" a sfogo delle comuni basse ambizioni del loro spasimo dei lucri, e -ciò, che non guasta -delle concordi invidie personali per gente infinitamente più onesta, intelligente e ammodo, di loro.
Così il "popolare"- anttjascista Marcio Cornelio Probo –dal volto di pecoro e lo sguardo sfuggente -diventa segretario fascista sotto la protezione dell"'Ispettore di zona" (tempi di rivoluzione e guerra civile, cari miei!) cioè di un altro Ferroviere, più taglieggiatore degli altri due, appunto perchè ferroviere e napoletano e fascista!
E questo nido di pace si trasformò in covo. E l'aria di Tor Sapienza, col suo vivace ponentino meridiano, fu tutta grigia di minacce, di paura, di soprusi.
A questo punto, qualcuno potrà domandarmi se non fosse stato possibile paralizzare l'opera nefasta di quei lestofanti "inserendosi" (era la parola dell'ora e della cosa) risolutamente e prendendo, come fosse, le redini di una qualunque pubblica faccenda. Ed io risponderò che, al modo di Enrico Heine, ben rivolsi al Grande Crocifisso la mia preghiera: -"Oh povero Signore, torturato come me, se t'è possibile, fa che io impari ad essere un farabutto!"; ma che se il grande Tedesco-Latino, perchè ancora giovinetto finì per apprendere i verbi irregolari io -verso la cinquantina -non potevo assolutamente riuscire ad ottenere neppure dal Cristo Gesù, un mutamento di carattere.
E' poi…….. s'anche per un inconcepibile sforzo di simulazione e dissimulazione, fossi voluto entrare nelle "balde e pure fila, onore ecc.ecc. delle nuove genti ecc.ecc." non sarei stato certamente accolto, per la semplice ragione così ben sintetizzata da un loro Gerarca eccezionalmente sincero, in questa pietosa pericope amichevole:
-"Saresti tu in grado di obbedire all'ordine di bastonare o ammazzare un poveruomo o galantuomo che non conosci ?”
E chi avrebbe il coraggio anche maggiore di commentare?!
CAPITOLO IX
Rivoluzione……..
La paura! l'ha detto don Abbondio ed è inutile ripeterlo. Piuttosto non capisco come delle torme di popolo potessero tremare dinanzi a pochi arfasatti che non si sa donde piovuti (ma forse il Giusti del "si" e del "no" ha pienamente ragione), e come, d'altra parte, alcuni cosiddetti Statisti, volessero poi fare di tutto quel "pecus” nuove coorti romane per la conquista del mondo, Oh sovrano potere della chiacchiera e della istrioneria!
Detto fatto, su tutti i cantoni della nascente Borgata, apparvero manifesti comunisti, per cui i patrioti autori riconoscevano anche patriotticamente opportuna una dimostrazione, in autocarro con pistole e manganelli contro i…………. nemici della Patria. Non era l'assurdo; ma la truffa politica.
E vidi e sentii -dinanzi alla rustica mia dimora - molti vociferatori della patria ferrovia (mentre gli altri si tenevano al largo sull'autocarro -l'invitto duce del luogo -Cornelio -alla testa) che io in parte conoscevo: una che simulando l'epilessia s'era fatto riformare alla guerraj ma epilettico o no, era rimasto ferroviere e -milite catafratto- e grande rivendicatore della Patria italiana, un altro che mandava la propria moglie a tutti i Funzionari dei cosi detti uffici" per la carriera sua e dei suoi patriottici amici; un terzo che consegnava bigliettini suggestivi anche a colleghi perché li portassero alla moglie ed alle Cognate patriote!; un quarto che aveva rubato ed era stato espulso (e non carcerato, per merito di non so quale parentela con le persone di servizio di Casa Giolitti) due volte, per ladroneccio, un quinto che aveva gridato "Viva Lenin" fino al giorno prima, un sesto…….. e non finirei nella enunciazione e nella raccolta di tante sozzure.
E vidi e sentii allora che l'uomo è veramente di fango, e che nessuna somiglianza può avere con lo Spirito Eterno di Dio!
Dapertutto, il giorno appresso mi dissero che non c'era nulla da fare: era la “Rivo1uzione”! (Una rivoluzione che durava già da due anni!) e neppure il Magistrato mi avrebbe dato retta. Non restava che farsi giustizia da sè.
Per la modica somma di lire dodici comprai a Roma un nodoso bastone di legno duro, e me ne tornai la sera a casa.
In treno, arriva puntualmente il duciuccio -Marcio Cornelio Probo –e, disgraziatamente (perchè non avrei voluto che ci fosse) mio figlio tredicenne -Tullio - Ma non potei davvero trattenermi dal sussurrare al passaggio del primo:
-"Ecco l'eroe !.. ..."
-'E mosca!" egli rispose voltandosi beffardamente.
Non ci vidi più, manovrai di mano, poi che la mazza, per l'angustia del vagone, non si poteva adoperare, e con me (senza ch’io lo potessi nè prevedere nè impedire) tirava santissime pedate il mio ragazzo.
Urla, parapiglia, il treno si fermò anche perchè si era quasi giunti a Tor Sapienza, scendemmo e diedi di piglio al bastone.
Chi mai potrà descrivere la soddisfazione del personale del treno che conoscendo uomini e cose assisteva inerte e beato alla sacrosanta lezione, e di quegli astanti che sapevano dell'affronto del giorno prima?
Finalmente alcuni estranei ignari dei precedenti ci separarono e lasciarono partire il treno.
CAPITOLO X
Oltraggio alla camicia.
E non già ad una camicia bianca di bucato e pulita; ma ad una camicia nera e sporca di tutta la vigliaccheria di un manigoldo che aveva tradito, a volta a volta, i più nobili sentimenti che fanno del bipede parlante, un uomo: famiglia, amici, benefattori, amministrazione statale, partiti, Patria: tutto e tutti.
Ma tant'è: i diritti della "Rivoluzione” mi condannavano –come vedremo subito -alla "spedizione punitiva" cioè alla giustizia sommaria degli ignoti delinquenti (irresponsabili e non perseguiti) a galantuomini, noti e responsabili.
E, infatti, la sera successiva un amico prudente fino al mutismo che evidentemente sapeva tutto, venne al cancello di casa per avvertirmi di chiuderlo a chiave.
-"Perchè?" -osservai.
-"Dà retta a me... ..” e se andò scotendo la testa, più muto di prima.
Ignaro di quel che dovevo poi accadere, a notte volli Uscire al lume di una vecchia lanterna della Ferrovia, per visitare qualche amico nella Borgata, quando alcune facce sospette si fermarono dianzi al cancello, spiando e parlottando fra loro.
.-"Cosa desiderano lor signori?" -domandai.
S'iniziò una discussione violenta, a base d'invettive, poi,alla spicciolata, sopragiungevano altri ceffi armati. Mia moglie spalancò la porta di casa gridando; si slanciò fra me e due lanzichenecchi con i qual i mi colluttavo (mentre gli altri rimanevano come perplessi) - si afferrò, con la forza della disperazione ai loro moschetti. La lanterna volò in pezzi per qualche calcio tirato forse a bella posta;
fu tenebra fitta. In questo tragico momento scoppiò una fucilata seguita subito da un'altra.
Il gruppo si sciolse d'incanto e, tanto i guerrieri perplessi come quelli che -animosamente -sopragiungevano, volsero in precipitosa fuga, sparando a dritta e a manca per il panico di essere inseguiti. Scesero verso il ponticello, risalirono carponi (appurammo dopo) l'opposto declivio e raggiunsero l'autocarro. Allora una voce -evidentemente quella del “baldo condottiero"
della spedizione punitiva che aveva, forse, letto di qualche mancato assalto al fronte austriaco -marzialmente ruppe il silenzio fattosi dopo il subbuglio:
-"Siamo tutti?"
Un'altra voce -quella dell'aiutante di campo, certamente:
-"Uno, due, tre -dico -tredici –tutti!" -
-"Andiamo, allora" -comandò il primo.
L'autocarro partì.
Mio figlio, col suo fuciletto da caccia -un moschetto ridotto a calibro 32 -aveva impedita, dall'uscio di casa, la prima tappa della conquista del nuovo impero romano!
CAPITOLO XI
Il ramoscello d'olivo e la mosca olearia del tradimento.
Era tempo, ormai, che s'intromettesse la Pubblica Sicurezza (anche perchè tutte le occasioni d'irresistibile linciaggio all'americana erano sfuggite per la stessa vigliaccheria dei vindici dell'impero), e infatti il Commissario del quartiere San Lorenzo -fra quello intimo sentimento di giustizia ch'è impossibile non affiori, a quando a quando dalle profondità della subcoscienza dell'uomo anche più indurito fra i crimini e criminali, e l'egoistico senso burocratico della opportunità e della servilità: trovò modo ai convocare alla sua presenza me e il “Griso" della spedizione.
Qualche giorno dopo -per intromissione anche di altri- avvenne a casa mia la ("prima") conciliazione con Marcio Cornel io Probo.
Ma non era cosa seria. Perchè ricominciarono -prima in sordina, poi palesemente- gli affronti ai miei vecchi amici, le minaccie a tutti coloro che si recavano, comunque da me, e le insidie alle mie modeste attività professionali od artistiche o ai miei georgici divertimenti che la ruralità del luogo consigliava. Nè mai erano cessate le dannose escursioni serali e domenicali, della so1ita marmaglia, in autocarro lanzichenescamente requisiti, con accompagnamento d'inni inverecondi e nefandi, urla bestiali, e spari di rivoltelle, e snaccherar di bastoni e manganelli, lungo le strade della Borgata e dell'Agro adiacente, fra un precipitoso chiudere d'Usci e finestre nel terrore di tante famigliole abbandonate alle incursioni di cosidette "squadre d'azione" nell’anno del Signore 1925, e terzo di quest'altro.
Le aggressioni a pacifici cittadini che mostrassero appena percettibilmente il loro disgusto; le richieste notturne di "pappatoria a povera gente disturbata nel sonno e terrorizzata", le rapine contenute su piccola scala affinchè queste stesse Autorità che avevano l'ordine -secondo l'occasione -di russare o dar man forte non dovessero forzatamente intervenire; tutte le manifestazioni, insomma, (ataviche eredità di medioevi non peranco spenti, e tristi ricordi di storiche transizioni) d'un brigantaggio in perfetto stile liberty -avevano il loro libero svolgimento nell'attonita campagna romana.
Persino un grande modesto Galantuomo, gravemente infermo da anni; un veccnio militare, che, quantunque così malato, aveva indarno invocato di morire per la Patria (non quella dei nostri patrioti, si intende) nella guerra europea, ma la Patria e il suo Re che aveva fedelmente servito ai posti amministrativi di comando, senza neppur lontanamente pensare a far bottino da imboscamenti altrui, e pensioni e sussidi; e che, povero così, ed onorato socraticamente sereno e tranquillo come chi sa di avere compiuto un grave sacrosanto dovere, grandi occhi azzurri che riflettevano l'immagine terrena della sua donna teneramente amata, e la profondità dei Cieli in cui fermamente credeva: persino quesi 'Uomo fu fatto segno (con la complicità delle tenebre notturne, come appunto ad ogni ladro è concesso) alle contumelie di quelle scorie sociali, che, a nostra eterna vergogna, costituiscono il magma di questa terza o quarta Italia che sia. Ma gloria al tuo nome o Colonnello Domenico Carpena!
E si raggiunse il colmo tramando che, mentre io avevo ritirato la mia inutile querela all'Autorità giudiziaria, per le ferite riportate da mia Moglie in quella patriottica notte punitiva, il nostro Duciuccio Cornelio con tutta la lealtà di cui era capace riuscì alla chetichella a produrre per suo conto dinanzi alla stessa Autorità un nuovo certificato medico sulle bastonate ricevute, il quale aumentava da otto a venticinque le giornate di malattia, ed a cinquanta la incapacità al lavoro (e, invece, si trattava d'incapacità permanente, tranne che non fosse politica!).
Se quel nuovo certificato di un medicastro senza coscienza, non portò all'arresto immediato, perchè tardivo, riuscì, però, a far rientrare la causa nella cosidetta "competenza d'ufficio” ed alla penale minima di un anno di carcere.
CAPITOLO XII
Intermezzo eroico.
In tutto questo tramestìo, e dopo,- subdolo, obbliquo, scivolante e multiforme -si distinse (come si dice in istile marziale) un tale che il suo amico Probo Cornelio stesso poi battezzò "Zanzara" (anofele maculipennis).
Becerava costui, sacramentando, e spergiurava contro il farabuttismo prima, si trovò poi, non so come anche lui spettatore amico, ma…….. nelle file nemiche, alla famigerata "spedizione punitiva” e va da sè -sparve anche lui -ai primi colpi, e -anche lui -si rifugiò nelle trincee della rivoluzione,da testimone a mia difesa per la sera delle sante legnate, ei finì testimone d'accusa; e poi spioncello, e agente provocatore, (per cui riscosse tante ovazioni dai "camerati”) facinoroso dietro valide spalle, cinico per coprire la propria miseria morale d'amico come prima, quello di cattiva figlio e sospettoso marito!
Ma non era colpa sua. Guerrazzi, al solo guardarlo, avrebbe esangui labbra sottili, sguardo sfuggente, equivoco sorriso, faccia incolore: faccia da vigliacco".
E lui e l'amico Marcio assisterono al gran processo che forma oggetto del seguente fatidico
CAPITOLO XIII
La Giustizia!!
Avevan già susurrato, in un orecchio, che "il Partito" sceglieva i Giudici.
-"Accidenti! e che importanza può avere un simile fattaccio per un Partito Governo ?”
E' infatti, vidi il Presidente -dal sintomatico nome buffo -fra due scialbi Giudici che con occhi tardi e gravi, di grande autorità nei lor sembianti: parlavan rado, con voci soavi (ma a dire il vero, furono quelli, forse, che ridussero l'altro a più miti consigli) -non mi lasciò parlare, battendo lui i pugni sul banco come se avesse a che fare con un suo nemico personale, e costringendo così, il cosiddetto Pubblico Ministero a redarguirmi, con un pretesto qualsiasi" per impedirmi di parlare.
Anche l'Avvocato (dove l'avevo pescato quel "Mozzorecchio guercio ma pieno di tanto coraggio prima di prendere la propina, e di altretttanta paura di fronte al Tribunale?) fu messo bruscamente a tacere. E la condanna, per merito degl'incensurabili miei precedenti di Impiegato e Professionista e, forse, della mia età (cinquant'anni!) fu di soli sei mesi, col conforto della "condizionale".
Cornelio e Zanzara se n'uscirono sghignazzando dall'aula della Giustizia.
Povera Giustizia! e poverissima Italia!
Ci volle "poi, la Corte d'Appello" con qualche ausonica raccomandazione e "sopratutto, con un Presidente come Raffaele Afaietti, il "buon Giudice" (morto -ahimè -povero e sempre beneficante "in una sovrumana aureola di santità" fra il compianto degli onesti, dei poveri e dei derelitti, che l'indifferenza ufficiale rendeva più commovente) per sanare la malefatta giudiziaria e cancellare il tristo sorriso dalle labbra livide e dal grugno di pècoro.
Vi è, pure, qualche galantuomo, in questa valle di briganti!
CAPITOLO XIV
Un passo indietro.
Che io non avessi ambizioni lo vedevano anche i ciechi. Infatti quando la cosiddetta Amministrazione Ferroviaria fu messa contro di me non già dai patrizi proprietari delle terre acquistate (neppure di quelle che si sentivano minacciate -pronubo qualche Prete -d'invasione dai contadini reduci dal fronte) bensì dai Mercanti di campagna e da gli affittuari "moscetti", -sopratutto da questi che durante la guerra avevano spiccato fenomenali voli rapaci, ora, nella tema di essere disturbati- vedevano di malocchio questo affannare della povera gente maggiormente impoverita dalla guerra che chiedeva. Di assidersi alla mensa comune: quando, dico, l'Amministrazione Ferroviaria mi volle scaraventare con la famiglia per i monti degli Abruzzi -nientemeno che a Campo dei Giovi- ebbene, io, fra gli altri espedienti, adoperai -primo -quello delle dimissioni da Presidente della Cooperativa di Tor Sapienza. Ma rimanevo (geloso padre d'una bella creatura) sempre l'animatore della Borgata e il vigilatore della Cooperativa stessa. E questo, appunto, spiaceva ai patrioti sovvertitori.
Da una parte l'opera politica dei nuovi garibaldini del paletto dall’altra l'opera disciplinare dei servi della sopramanica, e, in mezzo, il poverocristo si difese ad oltranza come potè: inchieste, finte malattie, ricorsi, protesti, poi la stasi del primo periodo fascisti della Ferrovia, infine, allo settembre 1923, l'esonero dall'Impiego per "scarso rendimento"!
Per scarso rendimento io che, all'aprirsi delle ostilità avevo rinunciato all'opera dell'applicato, addossandomi così, un lavoro enorme per le conseguenze del catastrofico terremoto di Avezzano, accumulate a quelle della Guerra! io che, solo, sperduto ai margini dell'Urbe come nelle foreste del Congo, avevo riveduto mia figlia soltanto cadavere, dopo cinque giorni di malattia (nel mio oscuro paesello del Sannio dov'era andata a trascorrere la villeggiatura coi parenti perchè la disciplina mi aveva imposto di aspettare il Capostazione di rimpiazzo quando alla diligenza dell'Ispettore di Riparto era piaciuto mandarmelo (e lo strazio mi tenne come smemorato per due lunghi anni, malgrado il gravoso lavoro a cui mi sobbarcavo, e malgrado mi fossi subito liberato delle vane cariche che occupavo tra i movimentisti come delegato e direttore del giornale); io che avevo sempre trovato il tempo e la forza per fatiche triple di un uomo comune, e che, in seguito, dal 1919 al 1922 avevo saputo dare tant'altra mia attività alla fondazione ed allo sviluppo della Cooperativa e della Borgata Tor Sapienza, senza che mai un'ispezione, sul mio compito ferroviario, avesse dato luogo ad appunti di qualsiasi genere, così che persino i successivi trasferimenti -pervicacemente -"et pour cause"- voluti dai patrioti della malaria romana -si travestirono in "traslochi per promozione, a scelta" però sempre per paesi privi di scuole secondarie e anche studiatamente lontani da Roma!
E dire che questo "scarso rendimento" divenne, poi, un'arma di polizia e di fascismo non soltanto nella mia vita civile, e nella mia attività professionale (ripresa in seguito all'esonero) ma pure all'inizio della vita sociale dei figli; benchè li avessi -tutti e tre -incoraggiati a chinarsi, di buona voglia, alla nuova strana denominazione di fratelli su fratelli, che rinverdiva l'ellenico ricordo di tremila anni fa o l'indiano sempiterno.
CAPITOLO XV
Ripigliando il discorso.
Era, dunque, Presidente della Cooperativa, il nostro Marcio Cornelio Probo, Sindaco "Chiachiello-Zanzara", e Cassiere un ciabattino inconsapevole sifilitico; e i fondi presto si esaurirono senza che nessuno rendesse i conti. Per averli chiesti, prima e durante un'Asssemblea generale, il Segretario di questa - Zanzara -ridusse, svisò, contraffece le proteste che gli avevo dettate; alla porta i soliti facinorosi, rimasti alquanto sorpresi mi lasciarono passare; e Marcio Cornelio Probo fece votare -ben due volte! -dall'Assemblea la mia espulsione dalla Cooperativa, per il più che logico motivo dell'indisciplina.
A che pro? I Soci quantunque scandalizzati dei sistemi della nuova amministrazione magnipatriottica -avrebbero però -muti e tremebondi -per quieto vivere" alzando il braccio romano" optato anche il mio supplizio.
Non era di molto prima il corteo delle falangi locali del fascismo che traeva nella sua nera scia la vecchiaia di Fusari, la sciatica di Colantoni, l'occhio ammiccante e il braccio teso di Lilli e, insomma, tutta quella gente che avrebbe pagato un tesoro per essere lasciata al proprio focolare, nella domestica pace.
Così il trionfo della Patria fu completo. Le minacce, le provocazioni" le contumelie, i "raids" serali e festivi, le randellate a poveri lavoratori delle cave e della terra -mercè alcuni vagabondi" oziosi, usciti -quasi vermi e mosconi -dalla carogna della viltà popolana: salirono di tono e d'intensità. Certo non se ne poteva più.
L'autorità di polizia prodigava soltanto misteriosi consigli di prudenza;quella giudiziaria si orientava; il Partito teneva dalla parte del tesserato birbante, contro galantuomo non tesserato. Non se ne poteva veramente più.
Però, prima di venire ad un eccesso, spiattellai ad un parente del Segretario del Partito -Farinacci -che se le cose continuavano così, io avrei caricato il mio brevetto di nomina ad Ufficiale di complemento -(firmato dal Re)- sciabola e spalline ed avrei depositato tutto sulla soglia del Quirinale come gli ultimi avanzi della mia entità di cittadino italiano.
Ma neppure questo" forse" avrebbe raggiunto lo scopo se Marcio Cornelio Probo non avesse indotto il Segretario federale -un avvocato ricco, ignorante e incosciente -a marciare, una certa notte, in grande stile, su Tor Sapienza, per reprimere non so quante manifestazioni sovversive ivi clandestinamente preparate.
Detto fatto, mobilitati nei bassifondi della “Marranella" un branco di bestie più o meno feroci; disposte le sentinelle intorno alle case più invise a Cornelio; assicuratosi che nessuna rappresaglia era possibile: vennero assalite nel sonno modeste famiglie tranquille, e bastonati uomini, donne, vecchi, fanciulli, perquisiti, derubati, scherniti, senza neppure l'ombra di una plausibile ragione vera.
E poi che, nel trambusto, fu colpito anche un Marinaio, il segretario federale, temendo la reazione di tanti innocenti, nonchè del Comando della Marina, si adoprò a tutto abbuiare riversando -per ogni evenienza -quel residuo di responsabilità che fosse potuta rimanere per il al grande eroe Cornelio Probo Marcio.
Così costui, finalmente fu, per punizione, trasferito in Sardegna.
CAPITOLO XVI
Dove si vede come la ciambella del furfantesimo riesce sempre col buco.
Ma che Sardegna! -La Patria lo reclamava qui; e tutte le forze dell'omertà -politica o no -cospiravano perchè la Ferrovia lo riportasse all'Urbe.
A Cooperativa completamente svaligiata, la carica di Presidente se l'accollava un avvocato che s'era costrui to un "pied-a-terre" nella Borgata, e che -nell'anno domini 1926 -essendosi, finalmente, accorto di aver troppo tardato ad "inserirsi" nel partito, in nome di questo, lavorando al doppio di gomiti e d'eja, assumeva la prescritta dirigenza regimistica dell'associazione, nonchè la protezione del nuovo "camerata" e vecchio eroe Cornelio, senza peraltro, prendere affatto posizione ostile verso di me, anzi con infinite proteste di stima a mio riguardo e il confessato desiderio di ricondurre la perduta concordia e la pace smarrita in così leggiadro asilo campestre. E non si accorgeva (o non voleva accorgersi) che quello che si verificava in questo remoto cantuccio del Lazio avveniva per tutta l'Italia, dovunque ci fosse un furfante (o Maresciallo Giardino come -purtroppo - avevi ragione!) pescatore nel torbido.
Intanto s'era al Carnevale del 1927 (normale stagione della nostra simbolica reputazione inglese) e Cornelio ne inventò una che lo doveva perdere, ma che l'astuzia dell'Avvocato presidente cambiò in argomento suffragatore della pace.
Una sera, dunque, di fine di quel carnevale Cornelio raccolse intorno a sè i soliti lanzi -sardagnoli-maremmani, ed altri ignoti d'altri atti -li mascherò alla meglio, li armò e volse verso casa mia. Io, con la mia famigliuola, assistevo ai rustici balletti dei giovanotti e giovanotte presso una famiglia vicina. Ad un tratto mi avvisano segretamente che "i fascisti" sparavano davanti casa. Accorsi -seguito senz'avvedermene -da mio figlio Tullio. I "fascisti" si stavano allontanando (il Comune di Roma in quel torno di tempo aveva impiantata la luce nella borgata) ed io mi limitai ad aprire rumorosamente il cancello e ad accendere le luci anche esterne dell'abitazione.
La piccola banda" di Probo si fermò; si voltò ed uscì nel vibrante grido fascistico “A noi, a noi!”. Ma nessuno si muoveva. Tullio aveva baldanzosamente il suo fuciletto, ed io preso il "mauser turco", regalo di guerra di un mio Nipote. Alcuni spari in aria e quei feroci figli della Pacchia, rinfoderate le rivoltelle se la svignarono.
Ed eccoti, verso le due di notte un autocarro fermarsi fragorosamente dinanzi casa. M'affacciai: erano Carabinieri e Guardie e Commissari perchè l'onesto Cornelio aveva telefonato come qualmente io avevo sparato sulla strada, addosso al partito, per brutale sovversiva malvagità.
Non mi fu facile provare con testimonianza la verità dei fatti,le mie armi regolarmente denunciate; la inutile provocazione e la conseguente grottesca vigliaccheria evidentissima; e fui lasciato in pace.
In ogni altra nazione civile di questo mondo quella schiumarella di ribaldi sarebbe stata messa dentro; ma nella quarta Italia: no.
Quello che, per un altro, sarebbe stata la rovina, fu invece la salvezza di Cornelio Probo. In quanto che l'Avvocato presidente con una scorta di altri avvocati sotto una colluvie di belle chiacchiere, ci riunì ad una nuova conciliazione.
O anima pura e sdegnosa del Colonnello Carpena, che in questa pace numero due vedevi null'altro che una subdola farsa, e che la dottrina del Cristo che insieme all'amore per la tua compagna vivificava il tuo cuore fiaccato da tante malattie e da tanti dolori, perdonavi nel prossimo anche "quel disgraziato” senza, peraltro, poter dimenticare: ti rivedo ancora nella faccia bella ed austera, nel gesto signorilmente superiore, nella parola rude ed affannosa e sferzante, restare attonito per la fatua e non permeabile incoscienza dimostrata dallo stesso "disgraziato" un minuto dopo quella che doveva essere la pacificattice stretta di mano!
Così i miei cinque lettori avranno capito che quel vermutte e quelle paste degli Avvocati furono perfettamente buttati al vento.
CAPITOLO XVII
ed ultimo.
Marcio Cornelio Probo, ormai, era così logorato che, persino i suoi "a latere" -Chiachiello Zanzara per esempio, e il cioccolattiere Vercione, un altro ferroviere più di Cornelio decorato dal domestico lare e dalle speculazioni ferroviarie- erano impazienti di cambiar padrone.
E fu segretario politico un Veneto, agricoltore e fascista ingenuo ed entusiasta, malgrado i suoi quarantanni!
Per poco, però, ch'essendo anche galantuomo, tutto il cosiddetto Direttorio, nella sua infinita scaltra paura, sposata al più vile desiderio della vecchia minuta malvagità, fece a gara a dargli lo sgambetto.
In quel torno di tempo fui costretto ad entrare all'Ospedale S.Giacomo per una operazione chirurgica, e poi curarmi sia della operazione da macellaio, che d'una grave minaccia di diabete, e d'una bronchite cronica acquistata all'Ospedale medesimo. (Ah! gli ospedali d'Italia!).
E nelle more (direbbero i legulei) della interminabile convalescenza cominciai quel Diario che completa più immediatamente e fotograficamente le vicende di un siffatto piccolo mondo, nonchè di quello grande ma -ahimè!- più piccolo dell'altro, e che tuttavia prende tanto della nostra attenzione, del nostro cervello e dell'anima nostra, in questo infausto periodo della vita del più bello e sventurata Paese, aiuola minuscola e ferocemente contesa del microcosmo terraqueo.
PROEMIO
-Amò la sua Terra e i suoi simili con la più franca leale amicizia che gli promanava dalla Sua vasta preparazione spirituale, morale e politica-
P. -1924 -
EPIGRAFE
Si narra che Crispi - dopo una tempestosa seduta a Montecitorio - sussurrasse amaramente ad un amico: "La misericordia di Dio è infinita, ma l'umana ingratitudine la supera!"
A scorno del superlativo grammaticale, l'aforismo è vero.